04 – Esiste l’oggettività?

Dieci incontri per apprendere una nuova arte

Libera sintesi dal Libro di Marianella Sclavi

Arte di ascoltare e mondi possibili: come si esce dalle cornici di cui siamo parte, Pescara, Le vespe, 2000 (ristampato nel 2003 da Bruno Mondadori)

Quarto capitolo

L’oggettivo e il soggettivo, ovvero le premesse implicite e le opinioni.

1 – E’ generalmente molto apprezzata in una persona la sua oggettività che la si intende come un atteggiamento passivo di fronte alla realtà, che ha in sè una propria verità, lì bella e pronta, solo da scoprire. Si danno anche dei consigli per essere più oggettivi possibile e sul modo migliore per osservare ed ascoltare e scoprire una realtà che è al di fuori di noi: non lasciarsi coinvolgere dai propri sentimenti ed interessi, farli assolutamente tacere.

In altri termini, impariamo a far dipendere la buona osservazione da una mentalità che giustifica l’ascolto passivo, che noi chiamiamo oggettivo, contrapponenedolo all’atteggiamento soggettivo, più discutibile e meno apprezzato.

Se nella vita quotidiana diamo per scontato la bontà di questo atteggiamento, poi quando ci mettiamo a fare ricerca scientìfica ci apparirà auspicabile che quest’ultima si presenti come un ascolto passi­vo molto più rigoroso e piu sistematico; tendenzialmente un perfetto ascolto passivo: una semplice e pura registrazione di eventi resa ancora più rigorosa dall”uso della matematica.

Nella vita quotidiana, questo apprezzamento dell “oggettività” ci porta inconsapevolmente a vivere una vita che segue un suo ordine consolidato nella mentalità comune, una vita “ordinaria”.

Perchè in realtà l’oggettività non esiste come la intendiamo noi al di fuori di noi stessi, l’oggettività non è altro la valutazione della realtà in base a principi che la nostra cultura ci ha conculcati.  Esistono tante oggettività quante sono le culture esistenti. Essa si basa su delle premesse implicite che sono insite dentro di noi.

E’ chiaro che una persona che si conformi totalmente alla cultura circostante appaia  non eccezionale, banale, prevedibile, di scarsa inventiva, fantasia, immaginazione; una persona che non ha niente di speciale, che corrisponde agli stereotipi.

In realtà questo adattamento alla cultura circostante è il risultato di una serie di scelte che richiedono energie intellettuali, immaginazione, impegno, allenamen­to, l’attiva collaborazione degli interlocutori.   Ma nello stesso tempo costituiscono un limite se ci si ferma lì e non si apre l’immaginazione a mondi diversi.   Aprire l’immaginazione a qualcosa di nuovo appare una esperienza eccezionale, che però si tende a vivere nel modo più banale possibile, come possiamo vedere in questo racconto che esaspera i toni perchè appaiano più evidenti:

La città di Esotica. (Un omaggio ad Harvey Sacks e a Italo Calvino.)

di Marianella Sclavi.

Gli abitanti di Esotica, come tutti gli altri popoli della Terra, sono bra­mosi di esperienze degne di essere riferite.

Tuttavia per loro una “esperienza notevole” non è qualcosa che dipen­de dal saper giocare con le molteplici prospettive e cornici a cui si pre­sta qualsiasi evento, ma unicamente quello che si prova in situazioni eccezionali e a contatto con persone eccezionali.

DÌ conseguenza la loro vita è un continuo lavorìo per definire cosa è notevole e cosa ordinario e per controllare che il carattere ordinario delle situazioni ordinarie sia rispettato. Sono sempre in allarme per sta­re ben attenti che nessuno in una situazione giudicata ordinaria goda di quella intensità di emozioni a cui solo le situazioni eccezionali dan­no diritto.

Così, per esempio, il modo in cui durante una certa sfilata Claudia Schiffer si è girata e ha sorriso non solo potrà essere riferito, ma darà diritto a un grado di eccitazione e a una dovìzia di particolari che sa­rebbero del tutto inappropriati nel caso di un mendicante che una mattina all’angolo della strada si è girato e ha sorriso. Analogamente se alla domanda “Cosa hai fatto oggi?” una ragazzina si permettesse di rispondere: “Andando a scuola ho notato che l’erba lun­go il ciglio della strada in questa stagione ha quattro diverse sfumature di verde” si troverebbe accolta da sguardi diffidenti, preoccupati, im­pazienti. Perché mai riferisce una cosa del genere? Cosa vorrà realmen­te intendere? Starà male? Questa ragazzina dovrà quindi darsi da fare a giustificarsi, cioè a gettare la luce della normalità su quella osservazione anomala. Per esempio: “Era un compito per l’insegnante di scien­ze”. Adesso va bene perché così si comportano normalmente gli stu­denti.

Chi non si adegua a questa regola e insista con indebite caratterizzazio­ni viene giudicato stravagante e inaffidabile; viene bollato come chi “vuoi darsi delle arie”, “vuoi apparire ciò che non è”, “vuoi sembrare un artista”. Infatti a Esotica il compito dì produrre dei resoconti perso­nalizzati e caratterizzanti è totalmente delegato a una particolare cate­goria di professionisti chiamati “gli artisti”, gli unici legittimati a forni­re descrizioni provocatorie in virtù di una loro supposta misteriosa e innata sensibilità. La credibilità di tutti gli altri, la possibilità da parte delle persone definite “normali” di stabilire rapporti di fiducia recipro­ca fra loro, sono invece affidate in modo molto netto alla prevedibilità dei loro resoconti, alla loro tipicità.

A questo fine l’esotese, la lingua che sì parla ad Esotica, possiede una vasta gamma di espressioni funzionali alla sottolineatura del carattere non degno di nota di quel che accade. La più comune è l’espressione “Niente dì speciale” con la quale essi iniziano esplicitamente o implici­tamente ogni discorso in quanto aiuta il pensiero ad orientarsi verso una successiva elencazione di comportamenti assolutamente generici e a trascurare tutto ciò che può disturbare.

“Cosa hai fatto oggi?” “Niente di speciale, mi sono svegliata alle sette, ho fatto colazione, ho preso l’autobus, ecc…” Altri intercalari usati allo stesso scopo sono “cioè”, “sai com’è”, “sì sa”, “hai presente” e anche “pensa un po’” inteso come un invito ad affidarsi fiduciosi agli stereoti­pi correnti.

Fin da piccoli, già in famiglia gli abitanti di Esotica imparano ad assu­mere con naturalezza l’atteggiamento di chi osserva-valuta-riferisce ogni evento quotidiano sotto il profilo della sua ordinarietà e la mag­gior parte di loro passa molti anni a scuola, obbligatoriamente un quarto della loro esistenza, per perfezionarsi in questa abilità. Non a caso uno dei loro proverbi più usati è: “L’eccezione conferma la rego­la”.

Tutto questo complesso sistema dì catalogazione della realtà e di edu­cazione a rispettarle ha però una conseguenza non prevista e parados­sale.

Succede infatti che quando una persona ordinaria riesce finalmente a vivere un’esperienza eccezionale (fa un viaggio in Marocco, incontra Claudia Schiffer, tradisce il coniuge, sì trova coinvolta in un’alluvione, ecc…) tutto ciò a cui ha diritto è di vivere e riferire questa esperienza… come ordinariamente si vive l’inumale esperienza di un viaggio in Marocco, un incontro con la Schiffer, un tradimento coniugale, \mennesi-ma alluvione!

Ha diritto, è vero, ad esclamare “È stato straordinario!” “Veramente emozionante!”, ma poi non può offendere gli interlocutori descriven­do quell’esperienza come se essi non sapessero di cosa si tratta. Anche da ogni evento inusuale, insomma, sia il narratore che l’interlo­cutore hanno diritto di tirare fuori, emotivamente e narrativamente, solo quel che qualsiasi altra persona ne tirerebbe fuori; non sensazioni ed emozioni inaspettate, ma unicamente sensazioni ed emozioni “nor­mali” dato quel tipo di situazione inusuale. Il narratore deve stare ben attento a trasmettere i giusti indicatori di intensità fin dall’incipit, dal­le prime battute, in modo che l’intero racconto scorra nella più regola­re verosimiglianza.

Il tono di voce e la postura sono due indicatori molto importanti. Se chi narra, per esempio, lo straripamento di un fiume al quale ha assisti­to si mostra vicino al crollo nervoso, l’interlocutore avrà tutti i diritti di attendersi ponti travolti dalle acque e cadaveri trascinati dalla cor­rente e di sentirsi al contrario fatto oggetto di beffa se quel che segue è un puro e semplice allagamento delle campagne (a meno che queste ri­sultino di proprietà dell’interlocutore). Altri indicatori sono legati alle circostanze della comunicazione. Prima di interrompere un amico du­rante una riunione di lavoro o chiamarlo a casa alle due di notte, biso­gna chiedersi “Quand’è che tipicamente si può fare una cosa del gene­re?”. E la decisione dipenderà da una valutazione sulla capacità di cor­rispondere alle ordinarie attese in situazioni del genere. Una conseguenza di tale Weltanshauungz che lo stock di esperienze de­gli abitanti di Esotica rimane straordinariamente primitivo, povero e statico. Possiedono tecnologie estremamente avanzate che producono quantità di informazioni sempre più enormi di cui non sanno assolu­tamente che fare.

Questo popolo si trova quindi stretto in un peculiare paradosso: come re Mida che tutti i cibi che toccava trasformava in oro (e quindi ebbe sempre più fame, finché di fame morì…) gli abitanti di questa città lontana sono condannati a trasformare ogni esperienza, anche la meno usuale, in qualcosa di ordinario e di effimero.

La loro bramosia di esperienze, il fascino per situazioni ed emozioni eccezionali, sono destinati a non essere mai soddisfatti e da ciò stesso continuamente alimentati. Com’è prevedibile il voyerismo a Esotica è molto diffuso, così come la costante insicurezza in se stessi e l’invidia per la gente famosa (che si ritiene possa godere di vere esperienze note­voli…). Un tempo enorme viene trascorso a tutte le età di fronte alla Tv che trasmette programmi sempre più violenti. Sempre più nume­rosi i loro giovani cercano di sfuggire all’implacabile monotonia della “ordinaria quotidianità” rifugiandosi nell’uso di sostanze stupefacenti, ma naturalmente tutto ciò che ottengono non è altro che di vivere “la normale esperienza del drogato”. Pensate che perfino chi decide di fare l’artista non riesce quasi mai ad andare al di là della “ordinaria espe­rienza di un artista”. (E se ci prova si sente un “fuorilegge”…) Questo tragico e terribile destino discende direttamente dalla premes­sa implicita, data da tutti per ovvia e scontata, che l’esperienza sia qual­cosa di relativo “a ciò che accade” e non ai modi di ascoltare/osservare.

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E’ chiaro che uniformarsi alla cultura circostante ci rende più sicuri, ma un eccessivo conformismo indica un bsogno di sicurezza più che una vera e propria sicurezza in se stessi.

Questa gente sembra sempre profondamente insicura e si da un gran da fare per inviarsi messaggi di reciproca rassicurazione, per sottolinea­re che “sanno quello che fanno” e “sanno che gli altri lo sanno”; ma pa­radossalmente proprio questo processo produce esso stesso insicurezza, li rende ancor più sradicati e ansiosi. Come mai?

Pensiamo al problema dei nove punti. Per risolverlo devi tra­sgredire non tanto a un giudizio degli altri fuori della tua testa, ma a un giudizio degli altri che fa parte del “tuo modo autonomo” di inqua­drare gli eventi. Quando l’hai risolto puoi dire: “oggettivamente era ri­solvibile”. Ma nel processo di cercare la soluzione se ti basi solo “sui fatti” e non ti avventuri nell’imprevisto non la trovi. “Gli altri” non so­no solo fuori di te, ma parte fondamentale di te, del tuo pensiero, delle tue emozioni, del tuo modo di inquadrare gli eventi. In tutti i casi in cui puoi stare dentro il quadrato, le tue affermazioni sono plausibili. Ma il pensiero – per usare le parole dell’antropologo Clifford Geertz – è un’attività sociale, non sta in una grotta dentro la testa, il suo habitat naturale sono i cortili delle case, la piazza del mercato, quella del municipio… dove è impossibile evitare continua­mente ciò che esce dai modi standardizzati e condivisi di inquadrare le cose.

E allora bisogna distìnguere fra “opinioni” e “premesse implicite”. Le opinioni sono punti di vista diversi dentro un comune modo di inqua­drare gli eventi, che è quello che ci permette di capire queste opinioni, anche se non le condividiamo. Nel gioco dei nove punti: “Io lascio sco­perto il punto centrale, no io ritengo che deve rimanere scoperto quel­lo in alto a destra”. Invece le premesse implicite sono il comune modo, condiviso, di inquadrare gli eventi, che di solito diamo per scontato. Ed è per rendersi parzialmente autonomi da queste, che è importante essere allenati alla valenza cognitiva dello sconcerto e del disorienta­mento e al savoir faire dell’esplorazione di mondi possibili. Queste qualità e competenze devono diventare senso comune, esse stesse pre­messe implicite dì grado ancora superiore.

Gli scrittori interessanti sanno uscire dal modo “comune” di vivere una esperienza.

Vediamo ora due brani, il primo “oggettivo” vissuto secondo una espereinza comune, il secondo “soggettivo” , l’autore ci ha messo la propri sensibilità, ci chiediamo poi:” Quali dei due brani ha saputo trasmettere una nuova esperienza?

Le “voci di Marrakech” in linguaggio ordinario.

“Quest’estate sono stato a Marrakech.” “Ah, sì? E cosa hai visto?”

“Niente di speciale, le solite curiosità africane. Così, giusto per farti un esempio, un giorno sono andato al mercato. Sai come sono quei posti: pieni di confusione. Uomini, mercanzie, bestie: beh, ho visto un grup­po di uomini intorno a un cammello, che cercavano di farlo inginocchiare. Naturalmente utilizzavano tutta la loro forza: con una bestia dì quelle dimensioni non puoi farne a meno, se non ti vuole ubbidire. È ovvio. A un certo punto è intervenuto uno con l’aspetto deciso, che in quattro e quattr’otto ha forato il setto nasale al cammello, nel foro ha fatto passare una corda e in questo modo ha poi cosrretto la bestia a se­guirlo. Puoi immaginarti: sangue dappertutto. Ma, del resto si sa, do­mare un cammello non è un mestiere da signorine. Ah, poi ho saputo che quell’uomo era un macellaio e che il cammello non voleva seguirlo perché, ma pensa un po’ dove arriva l’olfatto di queste bestie, sentiva su di lui l’odore del sangue dei cammelli che aveva macellato.” “E poi come è finita?”

“Come vuoi che finisse? Il macellaio è riuscito a portarselo via, al mat­tatoio. Del resto, quello era il suo mestiere…”

Racconto di Elìas Canetti.

Di lì a non molto notammo un cammello che sembrava difendersi da qualcosa, ringhiava, sbuffava e girava la testa con violenza da tutte le parti. Un uomo tentò di costringerlo a piegarsi sulle ginocchia e poi­ché quello non ubbidiva lo aiutò a bastonate. Tra i due o tre individui che stavano attorno all’animale e si davano da fare con lui, uno in par­ticolare dava nell’occhio: era un uomo robusto, tarchiato, con una fac­cia scura e feroce. Stava piantato li, le sue gambe erano come radicate al suolo. Con energici movimenti delle braccia passò una corda nel set­to nasale dell’animale dopo averlo forato da parte a parte. Naso e corda si tìnsero del rosso del sangue. Il cammello si agitava e gridava, e poco dopo bramì forte; alla fine, dopo essersi inginocchiato, si alzò di nuovo con un balzo nel tentativo di svincolarsi, mentre l’uomo tirava la corda sempre più forte. Gli uomini facevano tutto il possibile per domarlo e, mentre erano ancora impegnati in questo, qualcuno si avvicinò a noi e disse in un francese stentato: “Sente l’odore. Sente l’odore del macel­laio. È. stato venduto per essere macellato. Ora lo portano al matta­toio”.

“Ma come può sentirne l’odore?” domandò incredulo il mio amico. “Il macellaio è lì, è quello che gli sta davanti” e indicò l’uomo scuro e robusto che ci aveva colpito. “Il macellaio viene dal mattatoio e puzza di sangue di cammello.

Il risultato dì questo confronto dovrebbe essere che comprendiamo meglio da un lato che siamo tutti “più ordinarì” di quello che pensia­mo (di solito lo pensiamo solo degli altri…) e dall’altro diventiamo più consapevoli di tutta una sottile e minuziosa organizzazione, una “tec­nologia”, che genera la “ordinaria normalità”. Possiamo così imparare qualcosa di importante su noi stessi e sulla cultura e civiltà dì cui siamo parte.

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