9 – La conversazione

Dieci incontri per apprendere una nuova arte

Libera sintesi dal Libro di Marianella Sclavi

Arte di ascoltare e mondi possibili: come si esce dalle cornici di cui siamo parte, Pescara, Le vespe, 2000 (ristampato nel 2003 da Bruno Mondadori)

Nono incontro

La conversazione.

La conversazione è un’arte che non ha solamente funzione informativa, ma soprattutto relazionale, ossia ciò che si dice è in funzione alla relazione che si ha con la controparte.

In altre parole, il messaggio non viene dato solo dal contenuto della conversazione,

ma elemento essenziale ne è la forma.

L’argomento di cui si parla non è fine a se stesso, ma va­le come strumento per alimentare la vitalità, l’autocomprensione e la coscienza collettiva del gruppo.

In una conversazione gli argomenti possono cambiare di continuo, ma questi cambiamenti sono delle operazioni delicate, che richiedono tatto. Il tatto agisce forse nel mo­do più specifico salvaguardando i diritti dell’altro e delimitando l’im­pulsività individuale, il desiderio di affermazione dell’io e le pretese in­tellettuali o materiali.

Spesso succede che nella conversazione ci siano ruoli dominanti e subalterni.

II problema non è di abolire i ruoli dominanti, né “il controllo” della conversazione, ma di metterci in grado di osservare e descrivere come i rapporti di dominio e di controllo vengono gestiti e capire se e come si possano far valere delle modalità di dominio e controllo nelle quali il riconoscimento e rispetto reciproco siano considerati dei valori prioritari.

“Una conversazione animata non consi­ste propriamente nel suo tema; non sono le idee, né le conoscenze che possono trovarvi spazio a formarne l’interesse maggiore; è un certo modo di agire gli uni sugli altri, di farsi piacere reciprocamente e con rapidità, di parlare mentre si pensa, di godere all’istante di noi stessi, di essere applauditi senza fatica, di manifestare il proprio spirito in ogni sfumatura, con l’accento, col gesto, lo sguardo, di produrre infine a nostra volontà quasi una specie di elettricità che fa sprizzar scintille, libera gli uni da un eccesso di vivacità e scuote gli altri da una penosa apatia (…). Il corso delle idee, da un secolo a questa parte, è stato com­pletamente diretto dalla conversazione.” Così scriveva nel suo De l’Al-lemagne Madame de Staèl alla fine del ‘700.

È nei secoli XVII e XVIII che specialmente a Parigi, ma più in generale nei “salotti” di tutta l’Europa la conversazione diviene un’istituzione, una “struttura democratica” in cui persone di diversa provenienza na­zionale, sociale e religiosa si esercitano e si allenano al piacere del co-protagonismo e della reciprocità. È qui che nasce questa “forma letteraria orale”, come è stata chiamata, che influenzerà in modo radicale la grande letteratura europea, la quale a sua volta diviene la base dell’edu­cazione sentimentale e retorica della borghesia colta fino alla prima metà del XX secolo.

Nei salotti parigini ed europei, là dove la conver­sazione diviene la forma di socialità dominante, un ruolo preminente è svolto dalle donne. Le “padrone di casa” vengono riconosciute come le principali garanti, animatrici e propugnatrici di questa forma di co­municazione nella quale il darsi reciprocamente spazio è così essenzia­le.

Scriveva sull’arte della conversazione, un’altra donna, Mile de Scudery: “(…) è il modo più naturale di introdurre nel mondo non solo la cortesia e la gentilezza, ma anche la morale più pura e l’amore della gloria e della virtù. In realtà un avvocato che parla del suo processo ai giudici, un mercante che contratta con un altro, un generale che da or­dini, un re che parla di politica nel suo Consiglio, tutto questo non è conversazione. Quelle persone possono parlare dei loro interessi e dei loro affari, ma non avere questo gradevole talento della conversazione: la vera conversazione è il più dolce fascino della vita ed è forse più rara di quanto non si creda”.

Dinamiche e struttura della “conversazione ideale”.

Le dinamiche di una conversa­zione “ideale” dovrebbero essere quelle in cui ognuno degli interlocuto­ri si è fatto carico che ogni altro interlocutore abbia grosso modo un analogo tempo per esprimersi e uno stesso numero di turni di parola.

Tre sono gli elementi cruciali che caratterizzano una conversazione: i turni, il tema e un atteggiamento di reciprocità e “democraticità” della comunicazio­ne.

Quest’ultimo aspetto si rileva prioprio nel modo in cui si svolge il tema e si cambiano i turni.

Sui turni, osservando una comunicazione, possiamo annotare:

A. Come vengono offerti e come presi. (Con quale repertorio di com­portamenti comunicativi.)

B. Se chi sta parlando ha un atteggiamento:

— predatorio (parla solo lui, non offre, né consente nessuno spazio a nessun altro);

– spartitorio (decide lui chi sono gli interlocutori e chi no);

– di reciprocità.

C. Se chi ascolta esercita il proprio “protagonismo di ascoltatore” o no

(chiari segnali di interessamento, di incoraggiamento, di sorpresa, di

dubbio, di dissenso, ecc…).

D. Se chi intende prendere la parola:

– attende il proprio turno;

– interrompe chi sta parlando;

– parla sovrapponendosi all’altro con voce più alta.

Sul tema, annotiamo:

(Con particolare riferimento alla distinzione “figure dominanti”’ “figure subalterne o marginali”):

A. Chi riesce a imporre (far accogliere) l’argomento che propone e chi no.

B. Cosa succede quando uno degli interlocutori cerca di introdurre un nuovo argomento.

C. Se gli domanderanno come funzione principale quella di capire meglio o di dimostrare la propria competenza o di cambiare prospetti­va o di evidenziare un’altra prospettiva, di divertire o altro.

Ci sono tutta una serie di situazioni in cui forme di comunicazione che abbiamo chiamato “predatorie” o “spartitorie” sono effettivamente le più adeguate, mentre la conversazione sarebbe fuori luogo. Ma anche in questi casi è molto importante distinguere se il comportamento per es. “predatorio” è provvisorio e funzionale a una situazione specifica e con­tingente o stabile, universale e senza alternative.

Per esempio, un profes­sore che tiene una lezione tradizionale (o un conferenziere) deve essere “predatorio”, ma può esserlo mostrando chiaramente di tenere in conto le reazioni degli ascoltatori o ignorandole; in effetti se da queste reazioni ri­sulta una chiara difficoltà di comunicazione, può o no passare da predatorio a spartitorio, chiedendo a qualcuno di illustrare queste difficoltà per aiutarlo a essere più chiaro e poi, quando viene il momento degli inter­venti del pubblico, può o no saper creare un clima rilassato, adatto a pro­muovere il co-protagonismo degli ascoltatori.

Il problema dunque ri­guarda il ventaglio di possibilità e la capacità di adottare le forme di co­municazione più adeguate nelle diverse e mutevoli situazioni contingen­ti, di usare una forma di comunicazione come correttivo dell’altra. Questo tuttavia non mette tutte le forme di comunicazione sullo stes­so piano; la conversazione e la sensibilità verso la reciprocità e la parità che la caratterizzano, rimane la più adeguata ogni volta che la comples­sità viene o va posta in primo piano.

Uno dei paradossi della società complessa è che tutti desiderano essere co-protagonisti, ma non si impara a conversare e a considerare la conversazione come una comune premessa implicita, la cornice più generale entro la quale le altre forme di comunicazione si inscrivono.

Uno dei motivi per cui la conversazione consente il co-protagonismo è che in essa le persone si rivolgono l’una all’altra come persone, con la propria storia e doti umane e non come “funzionari” di qualcosa. Il professore conversa con lo studente (o il direttore con l’impiegato…) quando entrambi si trattano come persone con pari dignità; e anche l’antropologo se vuole adottare un’ottica conversazionale non può ri­volgersi ai suoi informatori come “antropologo”. E così via.

Rivendicare il diritto di parola non serve a molto senza il diritto di ascolto e il savoirfaire dell’ascolto attivo. Il solo diritto di parola in una situazione complessa serve solo ad aumentare la confusione; il diritto di ascolto reciproco serve a trasformare le divergenze di opinioni, i ma­lintesi e le “brutte figure” in risorse per la migliore comprensione reci­proca e della situazione.

Piccolo galateo dell’autodifesa, conversazionale.

Susette Haden Elgin ha elaborato quello che possiamo chiamare “un piccolo galateo” della autodifesa conversazionale. È composto di due parti, la prima relativa ai turni, la seconda al tema.

Sui turni: come si possono prendere, trattenere, come si passano. A questo proposito la Elgin propone “sei regole” del gioco conversazio­nale.

Sul tema: come garantirsi l’ascolto e la collaborazione dell’inter­locutore. Su questo la Elgin propone “tre tattiche”.

I turni: sei regole del gioco della conversazione.

Regola numero uno. Il turno può essere preso: a. a una pausa opzionale (non obbligatoria) interna a un’enunciazione (chi parla si ferma a pen­sare e mostra di essere disponibile a cedere la parola o per lo meno che non è contrario a cederla); b. alla fine di un’enunciazione. Se si prende la parola durante una pausa obbligatoria, stiamo inter­rompendo, non stiamo rispettando le regole del gioco. Siamo maledu­cati, arroganti.

Non è decisivo prendere la parola per primi. Anzi, se l’interlocutore è ansioso di parlare è bene lasciargli la parola, altrimenti non ascolte­rebbe.

È decisivo: saper prendere la parola (il proprio turno) quando lo desi­deriamo, in ogni momento particolare della conversazione. Trucco: se hai la parola e vuoi essere sicuro che nessuno ti interrompa (o che se lo fa sia evidente a tutti che lo sta facendo), organizza il di­scorso in modo da rendere chiaro il punto finale. Esempio: “Vorrei sottolineare tre punti. Primo, ecc…”. X

Regola numero due. Per indurre chi parla a passarti la parola, guardalo negli occhi con intenzione e un’espressione decisa. Se sorridi e accon­senti col capo, molto facilmente capirà: “Va pure avanti, quando ti ag­grada vorrei intervenire”.

Regola numero tre. Per passare il turno a un interlocutore prescelto si può attingere a un ventaglio di atteggiamenti:

– fissandolo sorridendo;

– fissandolo sorridendo col capo/corpo leggermente protesi verso di lui;

– con un gesto della mano;

– chiamandolo per nome in tono leggermente interrogativo (implica: “X, volevi intervenire?”);

– chiamandolo in causa con un invito diretto, senza che abbia segna­lato di voler intervenire. Es: “X, ha/hai qualcosa da dire?”. Questo comportamento è appropriato solo se l’interlocutore è l’unica esperto presente su un particolare aspetto appena trattato. Altrimenti si po­trebbe connotare come spartitorio.

Regola numero quattro. Se vuoi intervenire, ma colui che parla passa la parola a qualcun altro, puoi “prendere in prestito” il turno da quest’ul­timo. Ma in questo caso lo devi restituire al destinatario originale ap­pena terminato l’intervento (breve). Esempi: “X, prima che tu intervenga, mi permetti una telegrafica osservazione?

“X, prima che tu risponda, c’è un aspetto che vorrei sottolineare”

“X, ti dispiace se inserisco una brevissima osservazione, prima del tuo intervento?”

Ovvero:

– rivolgersi direttamente e chiamandola per nome alla persona alla quale si chiede in prestito il turno;

— farle capire che è solo un prestito che onorerai subito;

— è un espediente da mettere in atto solo se si hanno validi motivi. Al­trimenti: maleducazione, arroganza;

– al termine dell’intervento: “Grazie X, ti restituisco la parola”. |   Trucco: se X non ha intenzione di cedetti momentaneamente il suo turno, distogli rapidamente gli occhi da lui, fingi di non esserti accor­ti ta/o di niente e prosegui l’intervento. Adesso è X che per riprendersi la parola dovrebbe interromperti. Se lo fa, non insistere.

Regola numero cinque. Se la persona che parla termina l’intervento sen­za indicare a chi cede il turno, prendilo rivolgendoti direttamente a lei. Nell’articolare il tuo punto di vista, specialmente se è critico verso l’in­tervento precedente, fai molta attenzione a distinguere il rispetto per l’interlocutore (ribadito e sottolineato) dal dissenso sul particolare punto di vista. Proponi il tuo punto di vista come un contributo per  approfondire e allargare la discussione. Modi:

“Capisco il suo punto di vista, vorrei aggiungere…” Dottor Y, Lei ha assolutamente ragione, vorrei aggiungere…” Quello appena esposto dalla dottoressa Y è un punto di vista molto interessante, che non avevo mai considerato. C’è un aspetto che vorrei capire meglio…”

‘ Vorrei che Lei, dottoressa Y, mi aiutasse a capire meglio questo aspet­to…”

“E come applicherebbe quanto appena detto, per esempio, a un caso come…”

Nota bene: l’atteggiamento del tipo “Lei ha torto, io ho ragione” è bandito, è segno di arroganza e di inadeguato savoirfaire.

Regola numero sei. Per evitare di prendere un turno, evita il contatto di sguardi. (Fissa il quaderno di appunti, cerca qualcosa per terra, ecc…) Se ciononostante chi parla ti mette con le spalle al muro chiamandoti in causa, prendi il turno e passalo rapidamente a qualcun altro. Modi:

“Mi dispiace, al momento non ho nulla da dire sull’argomento. E tu, Z, sei in grado di darci una mano?” “Preferirei sapere cosa pensa Y su questo argomento” “Fortunatamente abbiamo qui qualcuno più qualificato di me su que­sto tema. Professor X, Le va di intervenire?”

Nota bene: rinunciare sistematicamente al turno in certi ambienti può essere rischioso, si potrebbe non essere invitati la volta successiva. Ma la cosa più importante è prenderlo e passarlo.

Il tema: tre tattiche per farsi prendere in considerazione.

Esempi di fallimento nell’iniziare una conversazione:

X: “Queste scene di violenza negli stadi mi sembrano davvero molto preoccupanti”.

Y: “Dove hai messo la posta?” (Argomento ignorato).

Y: “Anche a me. Dove hai messo la posta?” (Argomento cambiato).

Y (ironico): “Ma davvero?” “Dove hai messo la posta?” (Arrogante pre­varicazione) .

Y: “Ci sono cose più importanti di cui preoccuparsi. Dove hai messo la posta?” (Paternalistica prevaricazione).

Y: “E allora?” (Sfida ostile).

Y: Silenzio. (Ostile disconferma = “non conti niente”).

E ancora:

X: “Queste scene di violenza negli stadi, mi…”

Y: “Dove hai messo la posta?” (Arrogante disconferma).

Esempio di buona tattica

Y: “Lo so, cara, lo so. Ma in questo momento sono così scosso da ciò che è successo in ufficio, ti dispiace se te lo racconto?” (Negoziazione per cambiare argomento).

Notate che Y in questi esempi non sta solo cambiando “argomento”, sta cambiando danza. Quello che X stava proponendo non è riducibile al “parlare delle scene di violenza negli stadi”; X si stava impegnando in un particolare tipo di rapporto: “una conversazione”.

Il problema è cosa si può fare in condizioni del genere per non subire quei tipi di arroganza.

Le tre tattiche proposte dalla Elgin sono forme di non collaborazione che hanno come scopo quello di spiazzare l’interlo­cutore e costringerlo a dimostrarci riconoscimento e (forse) rispetto.

Prima tattica: rinforzo tramite contatto. Può essere esemplificata con­trapponendo due diversi sviluppi di una proposta di conversazione.

Scena: moglie e marito seduti a tavola.

Moglie: “Ti rendi conto che i prezzi delle abitazioni sono ancora saliti? Chi non ha già una casa, a questo punto non osa neppure mettersi in giro a cercarla! Non vorrei essere nei panni delle giovani coppie… sono le più penalizzate di tutti”.

Sviluppo uno. (Collaborazione nello scontro)

Marito: “Questa saliera non funziona mai! È sempre intasata!”.

Moglie: “Non funziona? Mi dispiace! A me non ha mai dato nessun

problema! Poco fa funzionava benissimo”.

Marito: “È perché la tieni in un posto umido… E i chicchi di riso? Da

quando non li cambi?”.

Moglie: “Veramente… “.

Marito: “Bisogna cambiarli più spesso!”.

Sbocco: una moglie che si comporta così, inevitabilmente finirà per protestare e lamentarsi:

Moglie: “Non mi ascolti mai quando parlo!”; “Ascoltami!”; “Stavo cer­cando di parlare!”; “Mi fai sentire invisibile!”; “È come se non esistessi in questa casa!!”; ecc…

Marito: “Come non ti ascolto, sei tu che non mi ascolti! Ti avrò detto mille volte che la saliera non funziona! Sono io che sono trascurato!”, ecc…

Invece:

Sviluppo alternativo. (Non collaborazione nello scontro.) Appena l’interlocutore tenta di cambiare argomento:

– piegarsi leggermente verso di lui, appoggiargli con gesto deciso e tranquillo la mano sul braccio (possibilmente sul polso, tenendoglielo in modo fermo e delicato col pollice verso l’interno, esattamente come un’infermiera che misura il battito); se possibile guardarlo negli occhi e…

– ribadire il proprio argomento senza mollare la presa. (Non premet­tere: “Stavo dicendo”);

– appena l’altro: “Scusa, cosa dicevi?”, mollare la presa. Non prima.

Valore comunicativo = “Insisto gentilmente per essere ascoltata”, ma molto rinforzato dalla sorpresa e specialmente dalla difficoltà di uscire dallo scenario che con quel gesto instauriamo.

Toccare l’altro durante una conversazione è un tipico gesto di dominio nella nostra cultura. Limiti: è una tattica valida solo con persone con le quali c’è una suffi­ciente familiarità, con le quali avete instaurato una relazione informale consolidata e in quel momento non eccessivamente irritate. (Non adatta col capoufficio…)

Seconda tattica: rinforzo verbale.

Esempio.

Scena: ufficio del direttore. Nove persone del comitato gestionale se­dute attorno al grande tavolo delle riunioni.

Direttore: “Bene, c’è qualcuno che ha da segnalare qualche problema prioritario?”.

Franca: “Io ho qualcosa di urgentissimo. Dobbiamo assolutamente studiare più attentamente i rapporti che ci mandano dai magazzini, non hanno ancora capito come funziona il nuovo sistema di elabora­zione dati. Stanno facendo dei pasticci terribili. Mettono a rischio l’in­tero sistema della distribuzione”.

Nota bene: con certa gente è necessario ripetere questa commedia una dozzina di volte, prima che capiscano che non sei disposto a subire la loro arroganza. Se si tratta di una persona con la quale si ha a che fare solo sporadicamente, meglio lasciare che siano i suoi collaboratori fissi |- a risolvere il problema. Se solo è possibile, cercare qualcun altro a cui rivolgersi.

Direttore (senza mostrare di dare importanza all’intervento, rivolto agli altri): “Qualche altra questione? Tu Paolo, che hai da dire?”. (Se Franca lascia perdere, automaticamente acconsente a una posizio­ne di estrema marginalità.)

Franca: “Sono sicura che Paolo sarà d’accordo con me che in questo momento il problema più urgente è questa questione del nuovo siste­ma di elaborazione dati nei magazzini”.

(Adesso il direttore può o commentare quanto Franca asserisce o chie­dere un parere su questo argomento a qualcun altro.) Direttore: “Allora sentiamo, Paolo che ne pensi?”. (Franca deve decidere: se può contare sul supporto di Paolo, è a posto. Se non ne è sicura…)

Franca: “Paolo, prima che tu risponda a questa domanda, desidererei aggiungere un paio di telegrafiche informazioni. È arrivato un intero camion di merci che rimane in cortile perché non sappiamo dove met­terle. E un cliente ha già protestato per i ritardi nelle consegne. Non sono segnali da sottovalutare. Se non si interviene tempestivamente ri-schiamo perdite notevoli non solo finanziarie, ma anche di fiducia”. (Nota bene: tutto questo va detto guardando non Paolo, ma il diretto­re. Poi di nuovo rivolgersi a Paolo, per restituirgli il turno.)

Terza tattica: il disco rotto. È la tattica insegnata nei corsi di “assertività” e non è affatto divertente. Ormai la vediamo spesso anche in Italia nei dibattiti televisivi, specie fra politici, ma non solo. Va usata con parsimonia e unicamente con chi ha abitudini chiara­mente prevaricatorie. Esempio:

Giovanni: “Domani c’è il test di matematica e” io non ho ancora capito su cosa verterà. Tu hai qualche idea in proposito?”. Andrea: “Diii, guarda quell’uccello su quell’albero. Non sembra un ra­pace?”.

Giovanne. “Domani c’è il test di matematica e io non ho ancora capito su cosa verterà”.

Andrea: “Forse è uno sparviero! Non se ne vedono molti da queste parti”.

Giovanni: “Domani c’è il test di matematica e io non ho ancora capito su cosa verterà”.

Andrea: “Cavolo! È la terza volta che ripeti la stessa frase, cosa credi che sia, sordo?”.

Giovanni: “II fatto è che domani c’è il test di matematica e io non ho

Una buona conversazione, per passare a un linguaggio più contem­poraneo, non è un gioco a somma zero, cioè non è un gioco in cui un interlocutore conta di più se riesce a umiliare e a “far contare meno” l’altro. Al contrario è un gioco aperto: quanto più valorizziamo e “ren­diamo intelligenti” i nostri interlocutori, tanto più mettiamo in risalto anche la nostra intelligenza.

In una buona conversazione non ci sono “vincitori e vinti”, o si vince tutti o nessuno.

IL GIOCO DELLA “DANZA DEL COLPEVOLIZZATORE” (VINCE CHI LO “DECOSTRUISCE”)

I modi in cui tendiamo a reagire in condizio­ni di imbarazzo e tensione sono uno degli indicatori principali del no­stro carattere e che una personalità matura si distingue per il ventaglio di scelte che ha a disposizione in tali occasioni e per la sensibilità per le loro conseguenze. Cioè: si è tanto più maturi quanto più in tali situa­zioni si è in grado di correggere (se è il caso…) le tendenze automati­che, operando delle scelte consapevoli tese a costruire un clima di ri­spetto e riconoscimento reciproco, di coprotagonismo dinamico.

Si possono individuare cinque tipi di reazioni automatiche in condizioni di tensione.

Per esempio osserviamo i cinque esempi di reazione in situazioni di tensione, esemplificabili con la scena dell’ascensore che si blocca fra un piano e l’altro.

Li riproponiamo con un soprannome indicativo:

// tipo colpevolizzatore: “Chi è quell’idiota che si è messo a giocare col quadro dei comandi?”.

// tipo anguilla, “Oh, spero di non aver fatto nulla che possa aver cau­sato l’incidente! Certo non l’ho fatto apposta!”.

// tipo computer: Non c’è alcun motivo di allarmarsi se l’ascensore si è bloccato, indubbiamente ci sarà una ragione molto semplice e facil­mente individuabile”.

//tipo ondeggiatore: “Se ho fatto qualcosa di sbagliato, mi dispiace moltissimo! Questo è proprio il tipo di incidenti prevedibili nelle ore di punta in questi vecchi edifici. Perché queste cose succedono sempre a me? .

// Il tipo-livellatore: “Ho paura”.

Adesso useremo questi “tipi” come delle “carte” di un gioco che ci per­metterà di capire che non esistono “i colpevolizzatori”, ma solo delle “danze del colpevolizzatore”, cioè delle persone che propongono agli interlocutori di interpretare le situazioni contingenti in modo tale che la relazione dinamica colpevolizzatore-colpevolizzato venga “data per scontata”. Se gli interlocutori non collaborano queste persone possono anche provare a “danzare da soli” per un po’ (in realtà a interpretare qualsiasi mossa spiazzante dell’altro come forme subdole di collabora­zione…), ma si troveranno necessariamente squilibrati. Alla loro “idea concretizzata” verrà a mancare il terreno sotto i piedi. Per vincere, in questo gioco, bisogna imparare, come fanno coloro che praticano lo judo, a non fornire punti di appoggio su cui far leva a chi ci propone questa danza.

Bisogna anche saper distinguere la critica puntuale e la puntuale e con­tingente sottolineatura dei nostri e altrui errori, che non è incompati­bile, anzi diviene più efficace in un quadro di più generale ascolto atti­vo e rispetto reciproco, dalla “danza del colpevolizzatore”.

Ritratti: “il colpevolizzatore”, “l’anguilla”, “ilcomputer”, “il livellato­re”.

Le “carte” del gioco “la danza del colpevolizzatore” sono fonda­mentalmente dei “ritratti caricaturali”. Da questi ritratti ho escluso l’ondeggiatore”, che non farà parte del gioco. Non lo prenderemo in considerazione perché consiste nel saltare da un tipo all’altro, un mo­mento colpevolizzatore, il seguente anguilla, poi computer… come se il soggetto fosse dominato dalla convinzione che dire qualsiasi cosa è meglio che non far niente. Questo comportamento non è utile per contrastare il colpevolizzatore e in generale diviene rapidamente intol­lerabile in qualsiasi situazione. Consegniamo questo tipo tutto intero alle persone dotate di enorme pazienza e agli psicoterapeuti. Iniziamo dunque, scoprendo le carte.

“Ilcolpevolizzatore/trice”. Un “colpevolizzatore” è una persona che tendenzialmente affronta le situazioni di tensione e di dissenso con un at­teggiamento insofferente e accusatorio.

Trova da ridire su tutto, la sua preoccupazione principale sembra essere quella di gettare su qualcun altro la responsabilità di qualunque cosa (anche secondaria) che possa andare storta. Tratta gli interlocutori come persone incapaci di affetto nei suoi riguardi e usa gli incidenti di percorso (“quello che non va”) per bollarli come irresponsabili, incompetenti, indifferenti o ipocriti, con atteggiamento altezzoso e sprezzante. Tipiche espressioni del colpevolizzatore:

— Perché devi sempre rovinare la giornata a tutti?

Perché non sei mai in grado di prendere in considerazione i senti­menti degli altri, oltre che i tuoi?

Le frasi sono sentenze generali, astratte e senza appello. Gli interlocu­tori per redimersi dovrebbero rinnegare se stessi; sono persone “sba­gliate”.

Linguaggio del corpo. Trasmette un senso di irritazione, minaccia e at­teggiamento punitivo. Il tono di voce può essere aggressivo o trattenu­to o anche suadente. Se aggressivo-urlato è facilmente individuabile, ma frasi come quelle sopra esposte o simili possono essere anche prece­dute o seguite da espressioni affettuoso-paternalistiche del tipo: “Cara, perché devi rovinare sempre la giornata a tutti?”. Oppure: “Non capirò mai perché devi comportarti sempre in questo modo, tesoro!” o altro. Linguaggio verbale: uso di quantificatori universali, tutto, ogni, qua­lunque, ogni volta, mai, sempre. Uso di domande negative: Perché tu non? Come mai non puoi mai?Ecc…

“L’anguilla”. Il tipo “anguilla” ha come preoccupazione principale che la responsabilità

non venga mai posta sulle sue spalle. A lui/lei non in­teressa dove viene posta, purché non sia su di sé e purché non gli si chieda di essere lui a indicare chi è responsabile. Si trova a disagio ed evita ogni responsabilità anche per qualcosa di meritorio, per gli esiti positivi.

Atteggiamento: come se non potesse far niente da solo, deve sempre avere l’approvazione di qualcuno. Parla in maniera suasiva, cercando di riuscire gradito, scusandosi, non dissentendo mai, di qualunque co­sa si tratti.

Tipici modi di esprimersi:

– Tu mi conosci, a me non interessa! Qualsiasi cosa tu faccia per me va bene, lo sai!

– Decidi tu! Se va bene a te, va bene a me!

– Certo che non mi dispiacerebbe rimanere in casa con i bambini, amo stare con i bambini! In effetti non è che avessi proprio voglia di uscire con voi… l’ho detto così per dire, per farti piacere… cose che si dicono… Vai e divertiti! Non preoccuparti per me.

– Ti ho fatto arrabbiare? Scommetto di sì… Mi meraviglio che tu ab­bia ancora voglia di rivolgermi la parola… non ne faccio mai una giu­sta! Mi dispiace moltissimo… ma sai non è colpa mia… è che non ci ca­pisco niente…

Linguaggio del corpo. A disagio, preoccupato, ansioso, anche per que­stioni del tutto secondarie. Il messaggio generale è “sono una nullità, indegno, senza il tuo aiuto non saprei cosa fare”. Occhi spalancati, sbatte spesso le palpebre, sorrisi fuori luogo, si mordicchia le labbra, proteso ansiosamente verso l’interlocutore. Ha difficoltà a stare fermo. Fa venire in mente un cucciolo indifeso, scodinzolante e inerme. Linguaggio verbale. Uso dei qualificatori se, solo, proprio, perfino. Uso sistematico del congiuntivo e del condizionale:

potessi, volessi, non mi dispiacerebbe, ecc.

“computer”. In una situazione di tensione, se non sapete cosa fare, adottate lo stile computer e mantenetelo finché non vi viene un’idea migliore. È in generale la risposta più facile da adottare e più sicura per chi non è molto allenato nella gentile arte dell’autodifesa conversazionale. E può avere un effetto spiazzante – come vedremo in seguito -sul colpevolizzatore. Per adottarlo, eccone il ritratto.

La preoccupazione principale del “tipo computer” è dare l’impressione di essere assolutamente “neutrale”, di non avere sentimenti.

Un esem­pio che lo raffigura molto bene è il classico maggiordomo dei castelli inglesi, che non viene scosso da nulla e riesce a comunicare al padrone anche il crollo del tetto o la cucina che va a fuoco in termini di “Niente di speciale”, “Tutto è sotto controllo”. Un altro esempio è il cow-boy solitario e impassibile. Un ulteriore esempio è Mr Spock di Star Treck, quando il suo lato umano non lo tradisce.

La comunicazione del tipo-computer è dominata dal pieno dispiega­mento di quella che abbiamo chiamato la “retorica del controllo”. Le emozioni sono degli epifenomeni che disturbano la conoscenza e tur­bano le interazioni sociali. Non si impegna mai su niente di

preciso. Espressioni tipiche:

– Oggigiorno queste situazioni sono frequenti; non c’è nessun motivo di allarme.

– Forse più avanti sarà possibile giungere a qualche conclusione, per ora qualsiasi presa di posizione sarebbe prematura.

– La situazione è complessa e rende difficile esprimere un’opinione in poche parole.

– Nessuno che sia ragionevole deve preoccuparsi o allarmarsi per que­sto momento di crisi.

Linguaggio del corpo. Ridotto al minimo. Appare sempre assolutamen­te calmo e rilassato. Non viene compiuto alcun movimento che non sia assolutamente inevitabile. In particolare le espressioni del viso sono ridotte al minimo utile per far comprendere che chi parla non sta dor­mendo e non è morto. Unica vera espressione: una leggera ombra di sufficienza.

Linguaggio verbale. Ogni riferimento a persone concrete, a partire da se stesso, è assente. Non dice mai “Io vedo”, ma “Come si può vedere’, non “X mi disturba”, ma “Xsta disturbando”, parla sempre in generale e attribuisce ogni responsabilità a delle astrazioni. Uso di nomi senza indici referenziali: ciò, uno, la gente, ecc…

Nota bene: c’è una gran differenza fra scegliere occasionalmente e con­tingentemente di adottare lo stile computer e praticarlo come l’unica possibilità in situazioni di tensione.

In questo secondo caso non sfug­girà a un buon osservatore che “il tipo computer”, nonostante le appa­renze, è costantemente teso e preoccupato “dell’opinione degli altri,”.; proprio perché vuoi apparire sempre “in controllo” si sente ed è co­stantemente vulnerabile.

È prigioniero dell’abitudine di pensiero adat­ta ai sistemi semplici e più questa viene a sproposito, più vi si aggrappa cercando di praticarla “alla perfezione”. È un esorcista della comples­sità e quando questa infine si presenta sotto forma di catastrofe, alza le mani: “Non ci si può far niente. L’umanità (la gente…) è debole, irra­zionale, cieca”.

” II livellatore/trice”. Si caratterizza per l’assenza dei tre tipi precedenti (e a maggior ragione del tipo “ondeggiatore” che li pratica tutti). Si contraddistingue per due tratti:

a. la congruenza fra linguaggio ver­bale, linguaggio del corpo e i suoi sentimenti ed emozioni;

b. un modo di esprimersi sempre attento alla situazione specifica e contingente nel­la quale non esita a mettersi in gioco in prima persona e a chiamare in gioco personalmente gli interlocutori. Può essere molto spiacevole. Se ti odia o ti rivolge una critica riuscirà a

esprimerlo con la massima efficacia. Il vantaggio è che le sue accuse non saranno “da colpevolizzatore”, ma puntuali e contingenti. Se ritiene opportuna la retorica del controllo, si presenta come una specie di camaleonte delle emozioni, può passare dall’odio all’amore, dal disprezzo all’apprezzamento tenerissimo. Può facilmente sostenere con uguale forza e convinzione idee contraddittorie in situazioni e momenti diversi. Può essere un grande opportunista e un grande strumentalizzatore. D’altra parte la scarsa propensione alle generalizzazioni indeterminate lo consegna all’emarginazione in tutti gli ambienti in cui queste vengono tenute in gran conto. Può essere in ogni singola situazione apodittico, oppure praticare l’in­dagine variazionale.

In questo secondo caso la capacità di ascoltare e accogliere l’altro divie­ne dinamica e congetturale, non dominata dall’urgenza classificatoria, dalla “fretta di arrivare alle conclusioni”. “Le sette regole dell’arte di ascoltare” possono diventare il suo pane quotidiano. E può diventare uno scienziato del pensiero concreto e dell’abitudine di pensiero della complessità. Lo vedremo casalingamente all’opera negli esempi che seguono.

Prima regola del gioco “la danza del colpevolizzatore”.

Questo gioco si vince se si riesce ad attenersi a due regole.

La prima è la seguente: di fronte a un comportamento colpevolizzatore non reagire mai né sim­metricamente, né complementarmente (mai nel gioco, che serve per allenarsi ad un più ampio ventaglio di risposte. Nella vita quotidiana: primo, si ha anche il diritto di “sfogarsi”; secondo, a volte la reazione “sbagliata” è quella più efficace)

In altre parole sono in linea di massima vietati gli accoppiamenti che ci verrebbero più “spontanei” e automatici: colpevolizzatore-colpevolizzatore e colpevolizzatore-anguilla.

Invece viene fortemente consigliato, specie a chi è alle prime armi: colpevolizzatore-computer; e per chi è già più sicuro di sé: colpevolizzatore-livellatore.

Seconda regola del gioco “la danza del colpevolizzatore”.

Seconda re­gola: quando l’interlocutore ti propone la danza del colpevolizzatore, distingui “l’esca” che ti sta porgendo, dai “presupposti” che propone di dare per scontati. Non abboccare. Rispondi sempre al presupposto, ignorando l’esca.

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APPLICAZIONI

Esempio 1: “Perfino il tuo amico Giovanni prenderebbe il massimo dei voti in quella classe!”.

Presupposti: 1. Giovanni è un po’ stupido. 2. Quella classe è di infimo ordine.

Se abbocchi: ti metti a discutere se Giovanni davvero prenderebbe il massimo dei voti o no in quella classe.

Se non abbocchi: Livellatore: “Non credo che Giovanni sia stupido, come stai insinuando”. Computer: “Capita spesso ai ragazzi dell’età di Giovanni di essere giudicati stupidi da degli adulti un po’ troppo fret­tolosi e superficiali”.

Nota bene: gli esempi che seguono sono un gioco per allenarci ad ampliare il repertorio di reazioni e risposte a nostra disposizione. Non offrono delle prescrizioni. Infatti se si assumono questi esempi come indicatori di “regole” da applicare rigidamente, non funzionano.

Esempio 2: un dialogo fra marito e moglie.

Marito: “Se tu mi amassi veramente, non sprecheresti tutto questo de­naro”.

Scena uno. (La moglie collabora alla danza.)

Moglie: “Io non spreco il denaro! Sei tu che non hai la più pallida idea di quanto costa sfamare una famiglia al giorno oggi!” Marito: “Tua sorella spende la metà e non mi sembrano dei morti di fame!”

Moglie: “Ma che ne sai tu di cosa fa mia sorella… Mia sorella ha un marito che non usa la carta di credito con la tua leggerezza, per poi ac­cusare la moglie di avere le mani bucate!!!”

Marito (tono di” voce ragionevole): “Tesoro, non capisco perché ogni volta che cerco di intavolare una seria discussione con te, diventi isteri­ca e trasformi il nostro rapporto in una guerra…” Risultato (specie se la scena tende a ripetersi): le osservazioni del mari­to appaiono ragionevoli, piene di comprensione, perfino tenere (vor­rebbe essere amato…). La moglie è frustrata perché si sente presa in un gioco di accuse reciproche che ritiene infantili, superficiali, prive di fondamento e perché non riesce a esprimere quello che pensa. Non le piace quello che dice e neppure il tipo di dinamiche che contribuisce a perpetuare. Quel “Se tu mi amassi veramente” la ferisce e il riconoscere che il proprio comportamento sembra confermare questo presupposto la umilia. Si sente colpevole e vittima al tempo stesso. Per questa strada alla lunga si può andare al divorzio oppure a stabilizzare un ménage in

cui lei è un’arpia amara e vendicativa e lui l’essere ragionevole e incom­preso.

Scena due. (La moglie non collabora alla danza.) Marito: “Se tu mi amassi veramente, non sprecheresti tutto questo de­naro”.

Stile: colpevolizzatore. Presupposto: “Tu non mi ami”. Risposta: computer.

Moglie: “È incredibile quanto sia alta la percentuale di uomini che so­no convinti di non essere amati dalle loro mogli”. (La moglie evita l’accoppiata colpevolizzatore-colpevolizzatrice. Rima­ne tranquilla, non mostra alcuna particolare emozione. Non si difende e neppure attacca, parla degli uomini in generale. Ma neppure accetta implicitamente il presupposto che lei non lo ama.)

Altra versione (con colpo basso, non adatta ai principianti). Moglie: “È incredibile quanto sia alta la percentuale di uomini che, raggiunta la tua età, si convincono di non essere amati dalle loro mogli.

Nota bene: gli studenti si mostrano straordinariamente interessati a questi esempi. Alcuni scettici che si tenevano nelle ultime file, si spo­stano nelle prime. E immancabilmente avanzano l’obiezione: “E se lui insiste?”. Intanto, è difficile che insista sul “Se mi amassi veramente”. In secondo luogo ci interessa fino a un certo punto come reagisce lui e invece moltissimo come reagiamo noi. L’obiettivo è di discutere per davvero serenamente del bilancio familiare in un clima di ascolto e ri­spetto reciproco. A questo fine dobbiamo evitare assolutamente di for­nirgli i punti di appoggio per continuare la danza del colpevolizzatore. Se passa al: “La verità è che tu hai le mani bucate!” abbiamo già fatto un passo nella dirczione giusta e possiamo a seconda dei casi o insistere sullo stile computer, con frasi generali sulla “straordinaria percentuale di donne che – stranamente – quando non ci sono due redditi in fami­glia hanno le mani bucate al giorno d’oggi” oppure passare allo stile li­vellatore, chiedendogli di diventare più circostanziato e preciso. La formula tipo, come vedremo fra poco è: “Quand’è che per la prima volta hai avuto la percezione che io sprecavo il denaro?”. Oppure: “Fammi un esempio concreto di un caso recente che ti ha dato l’idea che stavo sprecando il denaro” (ovviamente detto con tono assoluta­mente non ostile, anzi decisamente grato della favolosa occasione che ci offre di chiarire le cose…). Poi naturalmente si deve continuare senza mai cadere nella trappola o colpevolizzatore o anguilla.

Due trucchi per “cambiare cornice”: a livello verbale, passare dal “Tu non’/”Io non” al “Noi”: “Come possiamo fare per non avere in futuro questi problemi di quadratura del bilancio?” e a livello posturale il pas­saggio dal confronto “faccia a faccia” al dialogo fianco a fianco (proprio sedendosi dalla stessa parte del tavolo, o sullo stesso divano, col pro­blema schematizzato davanti).

Esempio tre.Un dialogo fra padre e figlio.

Da adesso in poi proponiamo di procedere così. L ‘insegnante legge la prima scena (o ancora meglio la proietta con un lucido in modo che ognuno possa avere il dialogo sot­to gli occhi). Poi sono gli studenti che devono immaginare delle rispo­ste e reazioni alternative che vengono discusse anche confrontandole con quelle immaginate dalla Elgin.

Figlio: “Se tu ci tenessi veramente ai miei voti a scuola, mi compreresti un personal computer”.

Scena uno. (Il padre collabora alla danza.)

Padre: “Un computer? Hai idea di quanto costa?”

Figlio-. “Il padre di Giovanni gli ha appena comprato un bellissimo

portatile. E anche Mario ne ha uno”.

Padre: “Loro hanno un sacco di soldi. Noi no. Possono permettersi di

buttare il denaro per idiozie come questa”.

Figlio: “Ah, allora tu pensi che io sia un idiota e che i miei amici siano

degli idioti… Forse tale padre tale figlio!”

Padre: “Basta così, non ho intenzione di perdere tempo”.

Figlio-. “Parlare con me è perdere tempo… Bene, me ne ricorderò la

prossima volta che mi rivolgi la parola”.

Scena due. (Il padre non collabora alla danza.)

Figlio-. “Se tu ci tenessi veramente ai miei voti a scuola, mi compreresti un personal computer”. Stile: colpevolizzatore.

Presupposto: “Non ti sta a cuore come vado a scuola”. Risposta: livellatore.

Padre: “Allora, quand’è che ti è venuto in mente che a me non interes­sa se sei bravo a scuola?”

Figlio: “Be’, certo non me lo dimostri. Gli altri padri hanno comprato ai figli dei computer e quando prendono dei bei voti, gli danno dei soldi.

Sono due trucchi indicati in tutti i manuali di gestione creativa dei conflitti, anche in quelli sui quali è basato il prossimo capitolo, al quale rimando.

di extra per festeggiare con gli amici… A casa nostra non se ne parla neppure”.

Padre: “In effetti penso di essermi comportato da stupido. Non per quanto riguarda il computer, quello non possiamo davvero permetter­celo, ma per quanto riguarda i tuoi voti a scuola. Sono cose che mi in­teressano moltissimo e da adesso in poi troverò il tempo per parlarne. Che ne dici?”

Nota bene: ogni volta che leggo quest’ultima frase del padre, gli stu­denti reagiscono con mormoni ironici e sarcastici. Possono immagina­re una madre che dica: “Mi sono comportata da stupida”, ma un pa­dre, no. E allora chiedo: “C’è qualcuno qui dentro, fra voi ottanta e passa studenti e studentesse, al quale in situazioni analoghe il padre ab­bia chiesto scusa riconoscendo di essersi comportato da stupido?”. Eb­bene: nessuno, negli anni, che io ricordi, ha mai alzato la mano. I ragazzi sono particolarmente turbati dalla “rivelazione” di questa possibilità, le ragazze in genere particolarmente soddisfatte nel prende­re ufficialmente atto (quasi tutte lo sapevano già…) che un comporta­mento ritenuto solitamente “debole” può essere quello più autentico e saggio, efficace e forte.

Sono convinta che una buona parte della tanto discussa “crisi di iden­tità maschile” si giochi su questioni e situazioni come queste. E una crisi di identità – e non dovrebbe sorprendere – essenzialmente “di ori­gine epistemologica“.

Esempio 4: un dialogo fra paziente e infermiera.

Paziente: “Se lei ci tenesse veramente alla mia salute, non mi trascure­rebbe così”.

Scena uno. (L’infermiera collabora alla danza.)

Infermiera: “Io non la trascuro, signor Rossi! Le porto le pillole, le mi­suro la febbre, accorro ogni volta che suona… La accompagno al ba­gno… Come può sostenere che la trascuro?”

Paziente: “Certo, certo, lei fa il suo lavoro! È pagata per questo! Ma mi tratta come un numero. Io per lei sono solo un’incombenza”. Infermiera: “Ma come? Ma se faccio il possibile e anche di più! È Lei che invece di star tranquillo si agita e mi offende!” Paziente: “Io non la sto offendendo. Le sto dicendo la verità. Qui den­tro ci fate sentire tanti animali da laboratorio”.

Infermiera: “Va bene. Va bene. Adesso si calmi. Tornerò più tardi, quando si sarà calmato”. (Se ne va.)

Scena due. (L’infermiera non collabora alla danza.) Paziente: “Se lei ci tenesse veramente alla mia salute, non mi trascure­rebbe così”. Stile: colpevolizzatore.

Presupposto: “Non le importa di me, e di conseguenza della mia salute”. Risposta: livellatore.

Infermiera: “Signor Rossi, la sua salute mi sta molto a cuore. E anche lei mi sta a cuore. Davvero”.

Paziente (rabbonito): “Ma se mi tratta come una cosa… come un og­getto…”

Infermiera: “La verità è che stare in ospedale non è molto divertente. È naturale sentirsi preoccupati e ansiosi. Che ne dice di andare a fare una passeggiata? Per dire la verità, ne ho bisogno anch’io!”

12. Alcune considerazioni sul rapporto fra linguaggio verbale e linguaggio del corpo.

Provate a recitare le prime due risposte dell’infermiera nelle due scene sopra esposte in tre diversi toni: irritato, umiliato e amore­vole. Non è impossibile. Ma mentre l’esclamazione “Io non la trascu­ro, signor Rossi!” può essere espressa con relativa facilità sia in tono ir­ritato che umiliato, per trasmettere un atteggiamento amorevole è ne­cessario un enorme sforzo gestuale e posturale. Bisogna quasi abbrac­ciarlo, il signor Rossi. La voce deve diventare addirittura mielosa. Dobbiamo superare col tono di voce e con l’enfasi gestuale una “in­congruenza” col messàggio verbale.

Analogamente per la risposta “Signor Rossi, la sua salute mi sta molto a cuore. E anche lei mi sta a cuore”. Enunciare questa frase in modo amorevole è facile, mentre dirla in modo irritato e colpevolizzante ri­chiede un’enfasi fuori dal normale. Il tono di voce deve essere alto e acuto, il corpo molto teso; i gesti devono esprimere molto vivacemente il contrario di ciò che le parole convoglierebbero. Per rendere efficace­mente un atteggiamento “da anguilla” bisogna forse piangere o almeno singhiozzare, dimenarsi con le spalle curve, gli occhi bassi e sfuggenti. Lo stesso esercizio di recitazione possiamo farlo con tutti gli altri esem­pi. È veramente molto difficile per il padre “non abboccare all’esca” se le sue parole sono: “Un computer? Hai idea di quanto costa?”. In definitiva: la congruenza fra linguaggio verbale e linguaggio del cor­po è molto importante e nessuno dei due codici può essere interpreta­to autonomamente. Vanno visti nella loro connessione. “Le parole per dirlo” sono molto importanti. Le resistenze, il senso del ridicolo e di inautenticità che proviamo quando (nella nostra lingua materna) ci imponiamo di esprimerci verbalmente in modo diverso da quello che ci viene spontaneo nelle situazioni di tensione, sono altret­tanto significative e importanti delle resistenze ad acquisire nuovi modi di connetterci cinestesici e posturali nelle stesse situazioni. Le situazioni di incongruenza fra mes­saggi verbali e non verbali sono molto più frequenti di quanto si pensi. Possiamo essere disponibili all’ascolto attivo “a parole”, ma non con il linguaggio del corpo, o viceversa. A seconda dei casi dovremmo curare maggiormente il nostro repertorio retorico oppure quello espressivo. Ma va anche sottolineato che quando l’interlocutore “recita la parte del colpevolizzatore” non si limita a pronunciare determinate parole e a fare dei gesti congruenti: evoca una cornice, uno scenario di cui lui è già parte attiva, un campo definito da dei confini e da attese implicite bilaterali condivise, non solo sue, ma anche nostre. Per questo è più fa­cile “aderire” (simmetricamente o complementarmente) a uno scena­rio già proposto che non cambiarlo.

Per cambiarlo dobbiamo non solo “squilibrare l’altro”, spiazzarlo dall’immaginario relazionale in cui è già impegnato, ma in una certa misura (proporzionale all’autorità che gli attribuiamo) dobbiamo spiazzare anche noi stessi. Siamo già parte di quel campo ancor prima di averlo deciso coscientemente. Per usare le parole di Michail Bachtin: “Ogni dialogo si situa in una di­mensione intertestuale”. Parlando ci situiamo sempre dentro una cul­tura, in dialogo implicito ed esplicito con le enunciazioni e gli scenari presenti nella memoria collettiva conscia e inconscia di quella cultura. L’esperienza dello “spiazzamento” non è riducibile né al verbale, né al gestuale, né alla somma dei due; comporta la trasformazione di un campo, di una cornice condivisa che ha le sue radici precisamente nella dimensione intertestuale, culturale in senso antropologico. È qui che il valore evocativo di cornici delle emozioni diviene centrale. Torneremo su questo aspetto quando parleremo del ruolo della caricatura nel pas­saggio da un “tipo-Satir” a un altro. Ma continuiamo con gli esempi, ce ne sono ancora parecchi.

Abbiamo fatto alcuni accenni precedentmente alle tecniche della nonviolenza. In quella sede abbiamo detto che se uno mi da un pugno mi propone una “cornice” o “danza” alla quale collaboro sia se reagisco in modo simmetrico (restituedoglielo), sia se reagisco in modo complementare (subendolo). Abbiamo anche detto che l’unico modo vero per non collaborare è proporre una danza diversa e indurre l’altro a cambiar danza. Che bisogna riuscire a “spiaz­zare” l’interlocutore. Tutto questo non è “misterioso”, è connesso all’importanza che hanno il corpo e le emozioni nella comunicazione, al fatto che il corpo comunica proponendo dei “campi” transazionali e metacomunica entro e su questi “campi” che tendiamo a dare per scontati.

Gli esempi che seguono sono degli esercizi su come praticare la non­ collaborazione quando, nella nostra vita quotidiana, abbiamo a che fa­re con “un colpevolizzatore”.

13. Diversi gradi di difficoltà. Una rapida serie di esempi distinti fra quelli in cui è più facile o più difficile individuare il presupposto.

Facile:

“Se tu volessi veramente dimagrire, non mangeresti così tanto”.

“Se tu ci tenessi veramente a essere promosso, staresti più attento in

classe”.

Questi modi di esprimersi, basati sul se tu — veramente sono talmente

comuni che a meno che non siano accompagnati da un tono e postura

chiaramente accusatori, avremmo la tentazione di non considerarli ta­li. Ma di nuovo: il problema non è l’espressione isolata, ma il tipo di reazione che suscita in noi. Possiamo reagire facilmente in modo non-colpevolizzatore e non-anguilla?

Livellatore: 1. “Hai proprio ragione, dovrei proprio dimagrire”, 2. “Io voglio essere promosso!”.

Computer: “L’idea che sia facile per la gente cambiare i propri compor­tamenti è molto diffusa, ma non credo sia supportata da evidenza em­pirica”.

Abbastanza facile.

“Perfino un bidello sarebbe in grado di capire quando un giovane non studia perché ha dei problemi familiari!”

Computer: “L’opinione che i bidelli siano persone meno intelligenti della media andava bene cinquant’anni fa.Oggi molti di loro sono di­plomati o laureati”.

Difficile:

“Come sai cara, non mi permetterei mai di interferire sul modo in cui educhi i tuoi figli. Ma se non impedisci loro di guardare tutta quella televisione, ne farai degli idioti!”

Computer: “Sì, lo so e ti voglio ringraziare per la forza d’animo che di­mostri nel cercare di non interferire. Non tutti ne sarebbero capaci”. “Non sembri renderti conto dell’effetto che…

– la tua stravaganza ha sui tuoi figli!

– il tuo arrivare sempre in ritardo ha sui tuoi colleghi di ufficio!” Colpevolizzatore e/o anguilla: “Non sono stravagante!”, “Non sono sempre in ritardo!” o anche: “Sono stravagante (in ritardo) solo un paio di volte all’anno, spero che vorrai concedermelo!”. Livellatore: “In che occasione ti è venuta in mente per la prima volta l’idea che sono indifferente al benessere dei miei figli? (dei miei colle­ghi di ufficio?)”

Computer: “L’indifferenza per i propri figli (colleghi di ufficio) è un fe­nomeno piuttosto raro, in Italia, anche in tempi di stress come questi”.

14. Carrellata di possibilità.

Moglie: “Perché non cerchi mai di farmi contenta?”

Risposta 1.

Marito: “Ma come? Ti ho appena comprato una nuova lavatrice, saba­to siamo andati al cinema insieme…”, ecc…

Risposta 2.

Marito: “Giusto. Perché domenica non andiamo a fare una visita a tua

cugina?”

Moglie: “Mia cugina? Non ne ho assolutamente voglia!”

Marito: “Bene. Allora non ci andiamo”.

Risposta 3.

Marito: “Perché non sono mai riuscito a capire che cos’è che vuoi vera­mente, ecco perché!”

Moglie: “Va là che sai benissimo cosa desidero o no! Per esempio, se la smettessi di andar fuori con gli amici la domenica…” Marito: “No, per favore, non ricominiciare con questa lagna!” Moglie: “Vedi che ho ragione? Non vuoi mai farmi contenta!”

Risposta 4.

Marito: “O.K. Stasera andiamo al ristorante cinese”.

Moglie: “Dici sul serio?”

Marito: “Certo. Ti piace l’idea?”

Moglie: “Certo che mi piace!”

Marito: “Allora è deciso!”

Le risposte 1 e 3 sono fra il difensivo e il colpevolizzante. Le risposte 2 e 4 iniziano con un “Giusto”, “Hai ragione”, “Ne prendo atto” e poi sono una dimostrazione “coi fatti” che l’accusa è falsa.

Mix livellatore-computer-livellatore.

Scena: la figlia di dieci anni vuole andare a un campo scout con delle amiche. La madre è preoccupata e non la vuole lasciare andare. Figlia: “Non ti importa niente di me! Non mi lasci fare mai niente di quello che mi piace, ti preoccupi sempre solo di quello che vuoi tu! Se non mi lasci andare non ti perdonerò mai e poi mai!”

Risposta 1. (Colpevolizzatrice.)

Madre: “Non ne posso più di questa tua abitudine di mettere in discus­sione ogni mia singola decisione! Cosa credi di ottenere comportandoti così? L’unico risultato è di rendermi esausta! Cosa devo fare per farti en­trare in testa che qui la madre sono io e che la responsabilità è mia? Se ti provi ad aggiungere un’altra parola sull’argomento l’unica cosa che ot­terrai è che non ti manderò ai campi scout o altro neppure in futuro! Risultato: lotta aperta e difficile da ricucire.

Risposta 2. (Anguilla)

Madre: “Cara, sai benissimo che non ho nulla contro il fatto che tu va­da al campo scout con le tue amiche… Mi conosci tesoro, tutto ciò che ti fa felice, rende felice anche me! Sai come la penso… Forse mi sono espressa male… Sai, sono così stanca in questo periodo… Sai che non sopporto di vederti infelice. Risultato: “E allora fammi andare al campo!”

Risposta 3. (Computer.)

Madre: “Ci sono indubbiamente delle situazioni in cui i genitori non lasciano andare i figli al campo per puro egoismo, per evitare di stare in ansia, e in questo caso non sempre i figli hanno torto a provare dell’a­stio, a sentirsi sacrificati. Tuttavia ci sono altre situazioni — come la no­stra – in cui certe cose non si possono fare e questo non vuoi dire che i genitori siano egoisti e non abbiano a cuore la felicità dei loro figli. Questo è indubbio e ogni altra discussione risulterebbe fuori luogo”. Risultato: la figlia è confusa, ma continua a essere convinta che “la ma­dre non la ama”.

Risposta 4. (Livellatore.)

Madre: “Ti voglio un bene dell’anima e lo sai. So che per te non anda­re al campo scout è una grossa rinuncia e non credere che io ne sia feli­ce. Mi dispiace molto, ma al momento non posso decidere diversa­mente, starei troppo in ansia. Mi hai presa alla sprovvista, ma questo non vuoi dire che non ti voglio bene. Te ne voglio moltissimo”. Risultato: incerto. Possibile inconveniente: “Ho capito! ‘Voler bene’in questa casa significa che tu hai sempre ragione e io ho sempre torto!”.

Risposta 5. (Miiflivellatore-computer-livellatore) Madre: “Ti voglio un bene dell’anima, e lo sai. Ci sono indubbiamen­te delle situazioni in cui i genitori non lasciano andare i figli al campo per puro egoismo, per evitare di stare in ansia, e in questo caso non sempre i figli hanno torto a provare dell’astio, a sentirsi sacrificati. Nel caso specifico è proprio così: io in questo periodo per motivi vari starei in ansia sapendoti lontana. Ti chiedo di fare uno sforzo di comprensio­ne. So che per te è un grosso sacrificio, ma è una fase transitoria. Ti prometto che la prossima volta non sarà così. Dì alle tue amiche che hai una madre che sta attraversando ‘una crisi di nervi’ e ti tocca accu­dirla. Che ne dici?”

Risultato: incerto, ma può anche andar bene. La figlia vede riconosciu­te le proprie ragioni e in qualche modo le viene proposto di assumere

un ruolo “eroico”: non tutte le figlie “capirebbero”. Succede che le ma­dri a volte si comportino come la sua, ma la sua almeno lo riconosce apertamente. Ha un’occasione per essere generosa e per far valere il de­bito, la prossima volta.

Dai “tipi”, al passaggio da un “tipo” all’altro. Credo che l’insieme di questi esempi mostri a sufficienza che quando l’interlocutore innesca la danza del colpevolizzatore la reazione più facile, spontanea e imme­diata sarebbe quella di adeguarci. Gli esempi rendono anche evidente che l’altro diviene “per davvero” un colpevolizzatore solo se noi colla-boriamo, cioè se a nostra volta ci comportiamo come “colpevolizzato-ri” o “anguille”.

D’altra parte il problema non è non collaborare a ogni singolo passag­gio di turno, ma essere in grado di costruire assieme all’interlocutore uno scenario generale (un contesto del contesto del contesto) tale per cui anche singoli comportamenti che isolatamente possono apparire di colpevolizzazione o comunque vessatori e umilianti possano essere in­terpretati o come non tali (“è un gioco”) o col beneficio del dubbio (che poi dovrà trovare conferma). Si tratta di costruire delle dinamiche relazionali basate su (che danno “per scontato”…) il rispetto, il ricono­scimento e la fiducia reciproca.

I “tipi computer” pagano un prezzo altissimo in termini di riduzione al minimo degli scambi comunicativi e incapacità cronica di gestire crea­tivamente la palinsestica e dinamica complessità dei rapporti umani. I tipi “livellatore” rischiano di “annegare nella contingenza” e di essere travolti dal colpevolizzatore il quale può interpretare le loro osservazio­ni e risposte circostanziate non come la proposta di una danza diversa, ma subdole e furbesche collaborazioni a quella in cui loro sono impe­gnati e immersi.

Quindi la questione riguarda l’ampiezza del repertorio comunicazionale, la capacità di immaginare le possibili conseguenze dell’una e del­l’altra scelta e di correggerle strada facendo e la capacità di metacomu-nicare sulle stesse.

L’ultimo punto di questo capitolo riguarda proprio la capacità di metacomunicare e il ruolo centrale della caricatura nel processo di coin­volgimento e distacco che accompagna il passaggio da uno scenario al­l’altro nella nostra cultura di appartenenza.

La centralità della rappresentazione caricaturale.

Mettiamo che sap­piamo già tutto quello che abbiamo fin qui imparato, e cioè: quando l’interlocutore da inizio alla “danza del colpevolizzatore”, noi sappiamo identificarla come tale e sappiamo che possiamo se lo riteniamo opportuno non aderirvi e reagire adottando lo stile computer o livella­tore.

Quello che qui si deve aggiungere è che “identificare quella speci­fica danza” è un processo di tipo caricaturale.

Per identificare quella danza come tale, infatti, chiunque la stia propo­nendo (noi stessi o l’interlocutore), dobbiamo poterla vedere anche dal di fuori, da un’altra prospettiva. Dobbiamo dis-normalizzare, dis-ov-viare (parole contorte che però in questo caso riflettono la contorsione del relativo movimento…) gli atteggiamenti e comportamenti che la danza prevede. Come si può ottenere questo risultato quando ci muoviamo all’interno della nostra cultura di origine?

Una risposta è: con la caricatura benevola e con l’auto-caricatura benevola.

I consigli di Virgi­nia Satir per aiutarci a mettere in atto questo processo, sono i seguenti.

Quando avvertite che state entrando “nella parte del colpevolizzatore”: “Immaginatevi ritti, con una mano sul fianco e l’altro bràccio teso con l’indice puntato. Avete il viso contratto, le labbra storte, le narici dila­tate mentre urlate, insultate e criticate ogni cosa sotto il sole”. E quando viceversa avvertite che state entrando “nella parte dell’anguil­la”: “Immaginatevi tìsicamente piegati su un ginocchio, un po’ trabal­lanti, una mano in un gesto di richiesta, e assicuratevi di avere la testa rovesciata all’indietro sino a che il collo non vi dolga, vi si strabuzzino gli occhi e vi prenda un bel mal di testa. Parlando in questa posizione, avrete una voce lamentosa e stridula perché il vostro corpo così raggo­mitolato non vi permetterà di avere abbastanza fiato nei polmoni per parlare a piena voce. Direte di sì per qualunque cosa, comunque la pen­siate”.

Dobbiamo sviluppare queste fantasie con autoironia, ridendo di noi stessi, giocando con noi stessi e con la società di cui siamo parte. Devo­no servire per “sdrammatizzare” la situazione, per smettere di essere così apodittici e iniziare l’indagine variazionale.

Quelle che la Satir ci propone sono caricature grottesche e “incredibi­li” nel loro eccesso. Non sono illustrative di quello che stiamo facendo. Il sociologo Georg Simmel, in un saggio intitolato appunto “La carica­tura”, osserva che “qualche volta riusciamo a capire un uomo perché una caratteristica che ha forte risalto in suo fratello, ci permette di scorgere che essa’è presente in lui in misura minore e in modo più naturale.

In particolare, mi propongo di illustrare, al microscopio e al rallenta­tore, il processo di correzione delle “tendenze automatiche” sia quando il “tipo-colpevolizzatore” è l’interlocutore e noi dobbiamo correg­gere la tendenza automatica a reagire in modo simmetrico (no, la col­pa è tua!) o complementare (hai proprio ragione, sono un buono a nulla), che quando il “tipo-colpevolizzatore” siamo noi stessi. In en­trambi i casi ciò che mi interessa sottolineare è che il cambiamento dei modi automatici di reagire di fronte alle situazioni non è una scelta fra vari “comportamenti” come se fossero dei prodotti allineati su uno scaffale del supermercato.

Il passaggio e la trasformazione dall’uno al­l’altro richiede certamente che si sappia che esistono altri comportamenti possibili, ma anche e soprattutto che si sappia praticare un pro­cesso di moltiplicazione delle cornici molto simile a quello illustrato nel gioco delle narrazioni parallele. È un processo di trasformazione e moltiplicazione di cornici, di coinvolgimento e distacco, quello che consente “la scelta”.

Questo processo richiede – come recita una delle regole dell’arte di ascoltare – il “gusto” della gestione creativa dei conflitti e una visione generale della vita che abbiamo descritto in un capitolo precedente co­me tipica dei narratori interculturali.

Vedremo che questa “indagine variazionale” applicata a eventi della vita quotidiana e famigliare opera con le dinamiche dell’umorismo e della caricatura.

In sintesi desidero mostrare che in molti casi: 1. è inutile e contropro­ducente “colpevolizzare i colpevolizzatori” (noi stessi compresi); 2. che conviene interpretare i “tratti caratteriali” del “colpevolizzatore” non come attributi di persone singole, ma come proposte di danze alle qua­li possiamo o no aderire. Di questo è utile essere consapevoli anche quando “non collaborare” è molto difficile, anche quando “collaboriamo” perché non sappiamo che altro fare.

Le situazioni e strategie che prenderemo in considerazione sono fon­damentalmente “preventive”, il loro scopo è evitare che i rapporti con nostro figlio o genitore o compagno/a o collega di lavoro o cliente si incanalino e fossilizzino su quel binario, appaiano e diventino “l’unico mondo possibile”.

Proponiamo la caricatura dei “tipi” da evitare.

A ciò corrisponde il fine della caricatura intenzionale: è la lente di ingrandimento che rende visibile quello che in un primo tempo a occhio nudo non riu­sciamo a vedere, ma che diviene accessibile una volta che l’ingrandi­mento ci abbia mostrato che cosa bisogna cercare e dove”.20 Quell’immaginario eccessivo e caricaturale, ci aiuta dunque a notare tutta una serie di piccoli atteggiamenti e gesti e posture che inconsape­volmente stiamo adottando e a decidere che forse è meglio cambiare danza.

Abbiamo a più riprese sottolineato che chi si impegna in una danza, non ci mette solo parole e gesti, ci mette un impegno morale, si gioca “la faccia”. Sia chi la propone che chi vi è coinvolto non si limita a udi­re delle parole e vedere dei gesti congruenti, sta già reagendo in conso­nanza; prima ancora di capire coscientemente di cosa si tratta, si sta già impegnando in quella cornice. Se le emozioni sono passi di danza, la caricatura ci indica un’alternativa alla retorica del controllo. Invece di reprimere e rimuovere quell’impegno e slancio iniziale, lo utilizziamo accentuandolo con l’immaginazione per comprendere meglio il pro­cesso di cui siamo parte e al tempo stesso distanziarcene. Coinvolgi­mento e distacco.

La questione non è stabilire se quando ci viene “automatico” fare “il colpevolizzatore” o “l’anguilla” abbiamo ragione o torto, se “lo siamo per davvero” o no, ma aiutarci e aiutare l’interlocutore a esplorare an­che altri mondi possibili. È un gioco. Naturalmente se usiamo questa caricatura come un’arma colpevolizzante crolla tutto; ci ritroviamo dentro fino al collo nella “danza del colpevolizzatore”. Ma se la usiamo benevolmente, ci aiuta a sorridere di noi stessi e a provare una sorta di solidarietà con quel povero interlocutore, che ha tanto bisogno di cambiare cornice, ma non lo sa o non sa come fare. Ci aiuta a darci e dargli una mano. A creare dei ponti.

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